Au Revoir Philippe Noiret. Perozzi ma non solo..

Nato a Lille il 1° ottobre del 1930, di Philippe Noiret non si sa molto sulla sua privatissima infanzia sulla quale poco si espresse durante quelle brevi interviste. Di lui sappiamo sin da subito che a soli diciannove anni aveva già un’impostazione teatrale, che gli consentì, tra il 1949 e la prima metà degli anni cinquanta, di esordire giovanissimo in alcune pellicole francesi.

Finiti gli studi all’accademia d’arte drammatica, nel 1956 Agnes Varda lo fece entrare nel cast di La pointe courte e da quel momento la sua popolarità in patria iniziò a farsi sentire. Louis Malle, René Claire, De Sica, Luigi Zampa, Lucio Fulci e Alfred Hitchcock, che lo volle in Topaz assieme al collega e compatriota Michel Piccoli, sono solo alcuni dei registi che fino alla fine degli anni sessanta lo acquisirono per alcuni ruoli, sebbene molti dei quali minori. Dopo qualche anno Noiret si ritrovò catapultato nella piccola villa degli orrori culinari al fianco di Mastroianni e Ugo Tognazzi. Il film è La grande Abbuffata di Marco Ferreri, e con molta probabilità la vera causa, scherzosamente parlando, della fama che lo attendeva dopo quel 1973. In questo frangente Noiret veste i panni di uno dei quattro amici suicidi: un giudice, molto severo per la sua autorità ma anche romantico e sensibile.

Ma se in Francia è già un attore popolare in Italia il riconoscimento arriva nel 1975, quando decide di prendere parte ad un film epocale che in poco tempo ha davvero cambiato la storia del cinema italiano. Campione d’incassi nella stagione 1975-76, Amici Miei si classifica anche davanti a Los Squalo di Spielberg e diventa immediatamente un film di culto senza tempo. Tognazzi, Celi, Moschin, Del Prete (poi sostituito da Renzo Montagnani nel secondo capitolo) e anche Noiret in questo cast di attori eterogenei ma tutti in stato di grazia. Quello che viene definito come il capolavoro di Mario Monicelli è anche uno dei film meglio riusciti dell’attore francese. Il suo ruolo è quello di Giorgio Perozzi, capocronista, amico e zingaro assieme al Conte Mascetti, all’architetto Melandri, al professore e luminare Sassaroli e al Barista Necchi.

Tutti e cinque uniti, come la pellicola stessa suggerisce, dalla voglia di stare insieme, di ridere, di divertirsi, di recitare insieme e dal gusto sempre meravigliosamente difficile di prendersi sul serio. Tuttavia in questo frangente gli interpreti si prendono sul serio, regalando tutta la loro bravura e naturalezza nella recitazione calcando ognuno il proprio personaggio in maniera sublime e inequivocabile. Una delle cose più interessanti è vedere Noiret, un francese, reggere benissimo la scena e la recitazione in un insieme di soli attori italiani, in più con battute e movenze puramente italiche o meglio toscane. Se Monicelli lo volle anche nel secondo capitolo della trilogia farsesca ci sarà pur stato un motivo.

La mimica e la facilità nel mettersi a proprio agio anche in un ambiente e contesto lontano dalla visione forse più seriosa e controllata di un francese. Il risultato è una valanga di risate e sketch rimasti impressi nella memoria del pubblico. Ma se il primo film si chiude proprio con il funerale del Perozzi –Monicelli uccide il narratore della storia-, il secondo lo riporta in vita tramite ricordi e flashbacks, e lo risarcisce un po’ anche da quella frase del Mascetti pronunciata durante la veglia funebre. “Oddio… un granché non è mai stato!”.

Gli anni settanta è un periodo d’oro per Noiret. Sono anni in cui non si fa nemmeno mancare di lavorare in coppia con Alberto Sordi, mattatore romano e romanesco, ne Il testimone di Jean-Pierre Mocky e  ne Il comune senso del pudore, per la regia dello stesso Sordi. Nel 1976 prende parte al film di Valerio Zurlini, Il deserto dei tartari. Tratto dall’omonimo romanzo di Dino Buzzati, il film di Zurlini si costruisce grazie ad un cast enorme di attori italiani e più in generale europei. Vittorio Gassman, Jean-Louis Trintignant, Max Von Sidow, Giuliano Gemma, Fernando Rey, Jacques Perrin e anche Noiret nella parte del Generale della fortezza.

Dopo una lunga serie di film soprattutto in Italia, dopo quello del Perozzi per Noiret arrivano altri due ruoli dai quali farà difficoltà a liberarsi. Uno, forse quello più commovente, è quello di Alfredo, il proiezionista nel film di Giuseppe Tornatore, Nuovo Cinema Paradiso. Sebbene il personaggio di Alfredo sia davvero poetico, da citare c’è anche la sua calorosa partecipazione ne Il Postino, diretto da Michael Radford. In quest’opera Noiret veste i panni del poeta cileno Pablo Neruda, affiancato da uno straordinario Massimo Troisi. La bellezza di questo film del 1994 consiste soprattutto nell’interscambio recitativo e di battute tra due attori tanto differenti nel proprio lavoro quanto simili e mostri nella scena. Commovente fu l’intervista fatta all’attore francese in cui parla proprio di Massimo Troisi e della lavorazione del film.

Insomma grande in Francia ma soprattutto indimenticabile in Italia. In patria ruoli drammatici mentre in Italia ruoli apparentemente più buffi e divertenti ma che nascondo il grande lato drammatico. Grande fumatore di sigari, Philippe Noiret è il penultimo dei cinque madrigalisti di Amici Miei a lasciare questo mondo, seguito più tardi dal compianto Moschin. Noiret si spegne a Parigi il 23 novembre del 2006 dopo aver combattuto per anni contro la malattia.

Nota personale. Il giorno che seppi della morte Noiret ero a cena con la mia famiglia. C’è una televisione è accesa e il tg della sera dà il triste annuncio. Nonostante la mia giovanissima età già avevo visto e rivisto tutta la trilogia di Amici Miei, soprattutto il primo e il secondo articolo. Dopo un po’ che la giornalista parla, citando i grandi film e ruoli dell’attore, ci penso un po’ su e dico: “Ma tanto lui torna. Anche nel primo è morto ma poi è tornato nel secondo!”. Perché Noiret, come i grandi artisti e i volti umani di questo cinema, non muoiono mai.

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